Novità dal Consiglio d’Europa: ” dobbiamo fare di più per la violenza sulle donne”.

Se ne parla tanto ma bisogna fare di più: questo dice oggi un nuovo rapporto del gruppo di esperti del Consiglio d’Europa sull’azione contro la violenza sulle donne e la violenza domestica (Grevio) che monitora l’attuazione della “Convenzione di Istanbul”. È vero che molti Paesi hanno introdotto “standard legislativi e politici più elevati” a livello nazionale, espandendo le norme a contrasto della violenza sulle donne in linea con le disposizioni della Convenzione e adottando i piani d’azione richiesti. Alcuni Stati hanno lavorato anche nel senso di una trasversalità degli interventi. Eppure restano da affrontare “problemi persistenti” come la scarsità dei servizi di supporto specialistico per le vittime di violenza contro le donne e il loro finanziamento “estremamente volatile”. Particolarmente grave è la carenza di centri di riferimento specificatamente per le vittime di violenza sessuale. Grevio solleva anche questioni giuridiche come le definizioni di stupro che richiedono prove del fatto che l’autore abbia usato “la coercizione o che la vittima non abbia reagito”, mentre secondo la Convenzione di Istanbul sono da “criminalizzare tutti gli atti non consensuali di natura sessuale”. O ancora la neutralità di genere con cui si affronta la violenza domestica nei testi legali, sottovalutando “un meccanismo sociale che mantiene le donne in una posizione subordinata”. Fragile è la situazione delle donne vittime nel contesto della custodia e dei diritti di visita dei bambini.
Infine Grevio torna sul fatto che una “falsa narrativa sugli scopi della Convenzione ha ostacolato ulteriori ratifiche”: mancano all’appello Regno Unito, Ucraina, Slovacchia, Moldavia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Repubblica Ceca, Russia, Bulgheria, Armenia, Azerbaijan.

Closed4women, serio aiuto alle donne vittime di violenza.

ROMA – Un fondo di pronto intervento per permettere ai centri antiviolenza di sostenere le spese impreviste e per continuare a supportare le donne assistite nell’attuale fase di emergenza causata dal COVID19 e nel periodo post-emergenza. È l’iniziativa #Closed4women, messa in campo da ActionAid per dare una risposta rapida e efficace alla crescita esponenziale della violenza di genere, durante il periodo di isolamento forzato in casa causato dalla pandemia.

La sospetta diminuzione delle chiamate al numero 1522. Oltre alle scarse richieste ai centri antiviolenza ha evidenziato la difficoltà delle donne di avere spazi e possibilità sicure per chiedere aiuto, a causa della presenza assidua dentro le mura domestiche del partner violento. L’acuirsi di situazioni di conflittualità avrà come conseguenza, nel periodo immediatamente successivo all’isolamento, l’aumento delle richieste di aiuto ai centri antiviolenza e delle case rifugio, la cui esistenza e sostenibilità rischiano di essere messe in pericolo dall’emergenza COVID19.

L’aiuto concreto di 40 mila euro. Il Fondo #Closed4women con uno stanziamento iniziale di 40mila euro aiuterà nel concreto l’operatività dei centri antiviolenza e delle donne assistite, rafforzando il sistema di protezione delle donne che subiscono violenza domestica. E’ stato calcolato che le risorse oggi a disposizione permetteranno di sostenere i percorsi di 40 donne, mettere in sicurezza le operatrici e le donne di 25 case rifugio, supportare 10 centri antiviolenza e assicurare assistenza psicologica con operatrici specializzate. ActionAid ha già contribuito ad alimentare il fondo di risposta alle emergenze e ha già erogato parte delle risorse a sostegno di un centro antiviolenza. Il centro ha utilizzato il contributo per dare supporto a donne in difficoltà, che avevano intrapreso un percorso di indipendenza economica che rischia di essere compromesso a causa dell’impatto negativo della pandemia sul lavoro.
Le spese impreviste, il ritardo sull’erogazione dei fondi statali e la crisi economica che sta avanzando mettono in pericolo la sostenibilità e la vita stessa dei centri. Per questo ActionAid ha deciso di intervenire con un Fondo che garantisca i bisogni più urgenti delle strutture di accoglienza e delle donne” spiega Elisa Visconti, Responsabile Programmi ActionAid Italia – “Il 25 novembre con #Closed4women abbiamo denunciato il rischio di chiusura che vivono molti spazi delle donne e per le donne in Italia. Oggi torniamo a schierarci al loro fianco perché nessun centro antiviolenza nè casa rifugio resti indietro e nessuna donna venga lasciata sola”.

La mappatura delle criticità. ActionAid insieme ai centri antiviolenza di varie parti del Paese ha mappato le esigenze e le criticità delle strutture che operano nelle grandi e nelle piccole città, da Milano a Roma, da Padova all’Aquila, confrontandosi con associazioni e con reti nazionali. Le più urgenti sono le scorte di dispositivi sanitari (mascherine, disinfettante, guanti) non sufficienti in tutte le strutture. I centri oggi chiusi chiedono sostegno per dare continuità ai servizi di supporto psicologico e legale. Le donne assistite già avviate in percorsi di autonomia e di inserimento lavorativo – a causa della sospensione dal lavoro – sono impossibilitate a pagare l’affitto, le bollette, le spese condominiali e, soprattutto, le spese di prima necessità. Tale situazione rischia di rendere le donne nuovamente esposte alla violenza, soprattutto nei casi di maggiore fragilità in cui, proprio per ragioni economiche, potrebbero essere costrette a ricontattare il maltrattante.

Gli intoppi della burocrazia. A rendere ancora più allarmante il quadro è la macchina burocratica delle amministrazioni pubbliche responsabili dell’erogazione dei fondi antiviolenza che rischia di rallentare ulteriormente, mettendo in serio pericolo la sostenibilità delle strutture di accoglienza. ActionAid invita così le reti territoriali a collaborare con l’organizzazione nella mappatura dei bisogni dei centri e nella diffusione del fondo. Ad oggi è stato possibile contare sull’aiuto prezioso della Rete antiviolenza del Comune di Milano, che ha promosso l’esistenza del Fondo sul territorio milanese e lombardo. Al Fondo possono accedere Enti del Terzo Settore che, da minimo tre anni, forniscono primariamente – da statuto – accoglienza e supporto a donne che subiscono violenza con personale esclusivamente femminile, prevedendo anche servizi di inserimento lavorativo o di autonomia abitativa.

La prima scadenza per inviare la richiesta è stata il 4 aprile 2020. E’ possibile compilare la scheda per l’invio clicca qui. Per informazioni e chiarimenti rivolgersi a womensrights.ita@actionaid.org. ActionAid, che realizza ogni anno un monitoraggio sui Fondi statali antiviolenza, ricorda anche come ci siano già gravi ritardi nell’assegnazione e nello stanziamento delle risorse previste dalla legge 119/2013 (la cosiddetta legge sul femminicidio) che mettono in pericolo la sostenibilità dei centri antiviolenza e delle case rifugio. Sarà necessario vigilare affinché la pandemia Covid19 non aggravi un sistema di erogazione dei fondi già carente, mettendo a rischio il diritto delle donne che subiscono violenza di essere protette in questa fase difficile per l’Italia e nel periodo post-emergenza che seguirà.

ORFANI DI FEMMINICIDIO.

È la resa. È lo Stato che alza bandiera bianca e in una sentenza scrive, in sostanza, che l’omicidio di Marianna Manduca non poteva essere evitato. È lo Stato che ammette l’inammissibile, e cioè che qualunque cosa il sistema Giustizia avesse fatto per intercettare le esigenze di lei, lui — suo marito — l’avrebbe comunque uccisa. Una specie di vittima predestinata, Marianna. E, dodici anni dopo la sua morte, oggi diventano più vittime di quanto lo siano mai stati anche i suoi tre figli, ancora tutti minorenni. A loro il verdetto di primo grado aveva concesso un risarcimento perché la magistratura non aveva fatto abbastanza per proteggere la mamma. A loro adesso la sentenza d’appello chiede di restituire tutto. È lo Stato (formalmente la presidenza del Consiglio) che chiede i soldi indietro a tre orfani.
Quell’impegno a tutelare gli orfani dei femminicidi.
Marianna, 32 anni, vita e famiglia a Palagonia, in provincia di Catania, fu uccisa a coltellate il 3 ottobre del 2007 da suo marito, Saverio Nolfo, poi condannato a 21 anni di carcere. Lei aveva firmato 12 denunce contro di lui: d’accordo. Nelle ultime aveva spiegato che lui si era presentato con un coltello e che le minacce di sempre erano diventate tangibili: va bene. Era un uomo pericoloso e le aveva promesso di ammazzarla: certo. Ma «ritiene la Corte» che a nulla sarebbe valso sequestrargli il coltello con cui l’ha uccisa «dato il radicamento del proposito criminoso e la facile reperibilità di un’arma simile». Nemmeno «l’interrogatorio dell’uomo avrebbe impedito l’omicidio della giovane donna», scrivono i giudici. Tutt’al più lui avrebbe capito «di essere attenzionato dagli inquirenti». Men che meno avrebbe avuto effetto una perquisizione a casa sua per scovare il coltello mostrato a lei minacciosamente.

Esclusione zero e economia sociale, al Consorsio “Sale terra” Onlus.

Il Consorzio “Sale della Terra” ha creato una Rete dei Piccoli comuni Welcome, tra le cui azioni importante è il contrasto al depauperamento del capitale umano, coinvolgendo chi c’è e chi arriva in percorsi di sviluppo territoriale, che incidono sulla qualità di vita dei piccoli territori e sulla qualità occupazionale.
A Villa Mancini, in questa particolarissima oasi in provincia di Benevento, si raccolgono tutte le mattine una sessantina di uova fresche biologiche, di galline allevate tra la terra e il sole. E si fanno oggetti e bomboniere artigianali con materiali naturali, come il legno, la juta, il feltro.
Al Borgo Sociale di Roccabascerana, in provincia di Avellino, invece, si realizzano manufatti tessili e si raccolgono erbe mediche da utilizzare in tisane e infusi solidali, non particolarmente esotici ma del tutto privi del retrogusto del neocolonialismo. All’Orto di Casa Betania, di Benevento, si producono ortaggi che vengono raccolti direttamente davanti all’acquirente e all’Albergo Diffuso di Campolattaro, ancora nel Sannio, si punta a integrare cooperazione sociale e servizi turistici in maniera inclusiva.
In tutti questi luoghi, e nei centri Sprar gestiti dalla Caritas di Benevento, il consorzio Sale della terra onlus, composto da quattordici cooperative quasi tutte sociali con il sostegno etico di Caritas, realizza produzioni agricole e artigianali attraverso l’impegno di tante persone riconducibili principalmente a tre gruppi: migranti e rifugiati accolti negli Sprar, persone soggette a misure alternative alla detenzione, uomini e donne in situazione di fragilità psichica e familiare che partecipano a Progetti Terapeutici Riabilitativi Individualizzati (in breve Ptri). Hanno le storie più varie e singolari, caratterizzate da svantaggi e disagi, vissuti talvolta estremi e spesso dolorosi.

Le storie degli ospiti del Borgo Sociale sono a tratti eccezionali e, proprio nella loro eccezionalità, sono in grado di offrire spunti e insegnamento per tutti. Anche le esistenze più tranquille subiscono i condizionamenti di un’economia «drogata», di un turbocapitalismo che ruba all’anima tempo ed energie, ovvero libertà. Che ruba felicità. Forse è per questo che la più grande azienda di shopping online del mondo ha un logo che sorride: il consumismo promette di restituirci, ovviamente a pagamento, quella felicità rubata dal suo stesso sistema economico. A ben guardare, dietro la maggior parte dei prodotti gioiosamente proposti dalle pubblicità, in qualche punto della catena produttiva o distributiva, ci sono vessazioni, caporalato, sfruttamento minorile, torture agli animali negli allevamenti intensivi, agguerrite politiche di accaparramento delle risorse.
Dietro le piccole aziende indipendenti, dietro l’artigianato territoriale, dietro l’agricoltura relazionale, dietro l’economia sociale, dietro le produzioni del Sale della terra ci sono invece storie di vita e resistenza. «Lo scopo del consorzio – spiega Gabriella Debora Giorgione, che si occupa della comunicazione – è quello di utilizzare il processo produttivo di vino, olio o oggetti di artigianato per produrre prima di tutto coesione sociale. Per Antonio, Giuseppe e tutti gli altri una bomboniera non è un oggetto da cerimonia, è una rinascita personale. Ogni singolo oggetto prodotto è un pregiatissimo pezzo di una nuova esistenza».

E alle rinascite personali si accompagna spesso la rinascita di terre incolte e abbandonate, sottratte allo spopolamento e rese di nuovo feconde attraverso il ripristino di antichi vigneti e uliveti. Come i 15 mila metri quadri di terreno di Villa Mancini, recuperati assieme a un rudere che oggi è una casa accogliente e una fucina creativa. Tuttavia, il consorzio fatica a trovare nuove terre da affittare: un piccolo paradosso in una provincia rurale a sua volta segnata dall’emigrazione e dall’abbandono delle campagne.

Non sono molti, in verità, i migranti che approdano nel Sannio sognando di vivere in un piccolo paese appenninico. Accade così che Comuni ormai morenti registrino piccole crescite demografiche, scuole materne semiabbandonate tornino ad avere i numeri per aprire la sezione primavera. E paesi dell’entroterra campano diventino «Porti di terra», che poi è il nome del festival dell’accoglienza tenutosi a maggio nel Sannio, sull’onda del Manifesto dei Piccoli Comuni del Welcome con il quale la Caritas di Benevento ha proposto politiche di welfare locale a «esclusione zero», in grado di ridare fiato ai piccoli centri privi di risorse. E ora tocca ai Comuni, ai cittadini, ai proprietari terrieri, ai contadini: si aspettano altre terre, altri mondi da salvare.

Buone pratiche.Progetto un taglio alla violenza.

A Padova Coiffeur e Salone di bellezza gratis per le donne vittime di violenza.
A volte per sopravvivere, dopo la denuncia, devono abbandonare tutto, compreso il lavoro. Sparire in luoghi sicuri. Ricominciare. Una rinascita non facile, ma che può passare anche attraverso un momento di benessere e relax, dedicato alla bellezza. Per nutrire l’autostima ferita da anni di soprusi.
Annarita Elardo e Fabio Biasion Officine Creative Pathos di Padova hanno ideato:
«Un taglio alla violenza» progetto «Un taglio alla violenza» di Officine Creative Pathos di Padova in collaborazione con Centro Veneto Progetti Donna Onlus, il centro antiviolenza. Fabio Biasion di Officine Creative Pathos di Padova, che con Annarita Elardo ha ideato l’iniziativa – mettono a disposizione la loro attività gratuitamente per dare un segnale contro la violenza di genere. Ognuno può fare qualcosa per contrastare comportamenti violenti, persecutori e vessatori. Ogni cittadino, ogni commerciante, ogni imprenditore può diventare un baluardo, contribuendo in prima persona.
E il professionista rilancia anche ad altri commercianti l’idea di seguire il suo esempio e fare rete contro la violenza.
Patrizia Zantedeschi, psicologa e presidente del Centro Veneto Progetti Donna Onlus, plaude al gesto. E si augura che presto si crei questa auspicata «rete» di servizi e sostegno a chi ha subito violenza. Sarà il Centro antiviolenza, a fissare gli appuntamenti per le donne al Salone di bellezza Officine Creative Pathos, in modo che tutto si svolga nella più assoluta privacy. Le donne arriveranno quindi al Salone senza dover spiegare nulla e potranno usufruire gratis di ogni trattamento.
I numeri
«Le violenze contro le donne non accennano a diminuire. Il report annuale dei centri antiviolenza rivela che nel 2018 le segnalazioni in Veneto sono aumentate del 79%. E’ un dato grave. Tra l’altro chi si rivolge ai centri antiviolenza è solo una piccola percentuale di tutte quelle donne che vivono situazioni di violenza. Per questo è importante che anche la società e il territorio si mobilitino con iniziative come questa, che danno un segnale chiaro. Il commerciante che offre gratis un servizio, è come se dicesse: “Io sto dalla tua parte”. Anche questo è un modo per dire no alla violenza».Fabio Biasion conclude: «Prendersi cura del proprio aspetto con una pausa rilassante in un salone di coiffeur, è un momento di relax che porta benessere. Ci teniamo a regalarlo alle donne che hanno sofferto».

Curano l’orto per curare l’anima, alla Cooperativa la Piramide di Enna .

Bisogn andare ad Enna, per conoscere la splendida cooperativa La Piramide che sperimenta dal 1994 progetti e attività che possano favorire l’integrazione sociale dei ragazzi con disabilità psichica e cognitiva per coprire quegli spazi lasciati scoperti dal servizio sanitario pubblico.
Tre le finalità principali: creare centri di aggregazione per persone con disabilità mentale lieve, ; la seconda, in via di sperimentazione, è l’inclusione lavorativa attraverso un sistema di formazione e lavoro; la terza, in cantiere, è creare delle case-appartamento per rendere possibile una vita indipendente ai dieci ragazzi della cooperativa. È nell’ambito dei progetti di inclusione lavorativa che La Piramide ha puntato sulla vocazione naturale di Enna ad essere un territorio prevalentemente agricolo.

Al centro del progetto c’è l’ortoterapia, praticata su un terreno di 2500 mq dato in comodato d’uso alla cooperativa La Piramide dalla famiglia Riccobbene, «su cui i nostri dieci ragazzi e altri sei del distretto sociosanitario di Enna, con la guida dei nostri agronomi e la collaborazione dell’Istituto Agrario di Enna, stanno imparando a prendersi cura di alberi secolari e di una specie particolare di pero che produce le “pere della Madonna” tipiche di questa zona e purtroppo in via di estinzione». I ragazzi hanno imparato a riconoscere le piante e a prendersene cura, a preparare il terreno, seminare e piantare alberi nuovi, a concimare, ma anche a contenere le erbe infestanti e potare le rose. Perché «coltivando una rosa può rifiorire un’anima», questo è il motto del GeoLab, che diventerà un laboratorio didattico permanente aperto alle scuole e alla città, in cui saranno i ragazzi del workshop a fare da insegnanti ai nuovi partecipanti.
L’ortoterapia ha un forte valore riabilitativo perché, sotto la guida dei nostri psicoterapeuti, riduce l’uso di medicine, aiuta i ragazzi con fragilità mentali a maturare consapevolezza e stima di sé e a recuperare attività cui non erano più abituati, e li aiuta anche ad acquisire conoscenze e una formazione utile per entrare nel mondo del lavoro,l’importante ruolo della comunità nell’ambito di percorsi di inclusione che valorizzano la dignità di questi ragazzi con l’inserimento lavorativo e l’obiettivo di una vita indipendente.

Bolsonaro: politiche all’insegna dello “sfruttamento ragionevole” del polmone verde. L’atteggiamento del Presidente può mettere a repentaglio la sopravvivenza dell’Amazzonia.

Dall’inizio dell’anno ad oggi sono scomparsi 3.700 km² di foresta. In parte, questo dramma, è frutto dell’insediamento del governo Bolsonaro e delle sue politiche all’insegna dello “sfruttamento ragionevole” del polmone verde

Da tempo la superficie della foresta amazzonica non diminuiva a un ritmo così frenetico come quello che ha preso da quando Jair Bolsonaro è diventato presidente del Brasile. Secondo l’Inpe, l’Istituto nazionale di ricerche spaziali – che si basa su misurazioni e immagini satellitari affidabili al 90% – dall’inizio dell’anno ad oggi si sono persi circa 3700 km² di foresta, pari a circa un quinto del Galles; 1250 di questi sono scomparsi solo nei primi 22 giorni di luglio. Il dato mostra un aumento superiore al 100% rispetto allo stesso periodo l’anno scorso ed è uno dei peggiori negli ultimi anni.

Secondo Bolsonaro si tratterebbe di fake news. “Io credo alla realtà e la realtà mi dice che se tutti i dati sulla deforestazione fossero veri, l’Amazzonia non esisterebbe più. Invece esiste ed è in salute”, ha detto di recente.
Cosa c’entra il governo Bolsonaro
Il fatto che la deforestazione dell’Amazzonia – o meglio, di una parte dell’Amazzonia: il 40% della foresta si trova fuori dai confini brasiliani – sia aumentata da quando Bolsonaro è diventato presidente non è un caso. L’ex generale ha ribadito più volte che bisogna sfruttare la foreste “in modo ragionevole” e, per questo motivo, ha rivisto alcune misure che, negli anni, avevano garantito l’esistenza e la sopravvivenza del polmone verde. All’inizio del suo mandato ha deciso, per esempio, di affidare le riserve indigene, che prime venivano gestite dalle popolazioni autoctone, al ministero dell’Agricoltura il cui interesse principale è far posto a coltivazioni come quelle della soia.

Bolsonaro ha poi una responsabilità indiretta. Come sottolinea New Scientist, in Brasile c’è una legge che vieta ai proprietari terrieri di disboscare più di un quinto dei loro possedimenti. Bolsonaro non ha modificato questa legge ma – come ha scoperto Carlos Rittl che lavora per Climate Observatory, un network di organizzazioni ambientali brasiliane – da quando è diventato presidente le operazioni del governo per assicurare l’applicazione di questa legge sono diminuite, da gennaio ad aprile, del 70%, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Questa impunità avrebbe indotto molti proprietari terrieri a non rispettare più il provvedimento e avrebbe quindi causato l’abbattimento di moltissimi alberi.

Secondo Erika Berenguer, una ricercatrice che lavora all’università di Oxford, il governo Bolsonaro è collegato alla deforestazione anche per un altro motivo. Il ministro dell’Ambiente Ricardo Salles, che in passato ha espresso a più riprese dubbi sull’esistenza del cambiamento climatico, ha di recente gettato alcune ombre sul fondo per l’Amazzonia, un progetto finanziato dei governi norvegese e tedesco che negli ultimi 11 anni ha distribuito fondi alle associazioni che cercavano di prevenire la deforestazione. Salles, in particolare, ha detto che i soldi non vengono gestiti in maniera lecita, facendo pensare ad alcuni che il fondo verrà eliminato a breve.
Cosa bisogna aspettarsi
New Scientist fa notare che questi livelli di deforestazione sono comunque molto lontani da quelli registrati negli anni Ottanta e Novanta, quando ogni anno scomparivano decine di migliaia di km² di foresta e che, dal 2004 al 2018, il disboscamento è diminuito del 72%.

L’atteggiamento di Bolsonaro può però mettere a repentaglio la sopravvivenza dell’Amazzonia, causando danni globali. “Andare avanti con la deforestazione dell’Amazzonia significa rendere ancora più difficile la riduzione delle emissioni di CO2 ”, fa notare Mark Maslin dell’University College London. Chi rischia di più nel breve termine, invece, è la popolazione indigena che vive nella foresta. “Ormai credo sia in atto una vera e propria guerra”, ha detto Fiona Watson dell’associazione Survival International.

Josè tredicianni ,ha aperto un’ istituto di credito ,l’idea gli è venuta vedendo i suoi compagni arrivare a lezione con lo stomaco vuoto.

Arequida Peru’ ,José Adolfo Quisocala Condoriha soli sette anni quando apre una «banca», il Banco Cooperativo del Estudiante Barselana,le strade della sua città avevano i cestini pieni di carta e plastica che finiva nell’indifferenziata. e i suoi coetanei erano molto poveri. L’idea è semplice , i bambini portano alla sua banca i rifiuti che trovano a casa o in giro e in cambio ricevono un corrispettivo in denaro, che viene accreditato sul loro conto. Conto cui possono accedere soltanto loro, e non i genitori. Dove recupera quei soldi José? Grazie agli accordi sottoscritti con diverse aziende locali di riciclo, che offrono alla banca un prezzo più alto di quello che di norma viene pagato a chi conferisce rifiuti riciclabili. Non è però un affare in perdita, o pura beneficenza: in questo modo, infatti, ad Arequipa è aumentato notevolmente il tasso di raccolta e quindi anche il giro di affari delle stesse riciclerie mentre i bambini, spesso provenienti da famiglie e quartieri estremamente poveri, riescono a risparmiare qualcosa per il proprio futuro. Non solo. La banca di José, che oggi conta piùi 2000 «correntisti», offre loro anche corsi gratuiti di educazione finanziaria, imprenditorialità e gestione ambientale.

José racconta di aver iniziato con soli 15 dollari e 20 «correntisti».
«Il conto di risparmio viene aperto con un contributo iniziale di 6 chili di rifiuti, che equivalgono a 0,30 centesimi» spiega il giovanissimo bancario. «Siamo il primo Banco Cooperativo per ragazzi, ragazze, giovani e donne, un luogo di “alfabetizzazione economica” con la nostra Scuola di educazione finanziaria e manageriale. Il nostro obiettivo è quello di sradicare la povertà attraverso la cultura del risparmio e dell’imprenditorialità

Ricerche sul’importanza della filiera recupero e riciclo legno in Italia.

Riciclare il legno, nel nostro Paese vale 1,4 miliardi di euro, con la creazione di 6 mila posti di lavoro all’interno della filiera.

L’economia circolare, ossia quella che punta al riciclo di materiali dopo l’utilizzo, per crearne nuovi da immettere sul mercato, è una delle più importanti a sostegno dell’ambiente. In Italia, il ciclo economico legato al recupero e riciclo del legno-arredo è davvero all’avanguardia, portando il nostro Paese ad importanti traguardi e risultati anche a livello europeo. Di fatti, in Italia ogni anno si recuperano per il riciclo oltre 2 milioni di tonnellate di legno, provenienti da imballaggi e dalla raccolta differenziata urbana di legname. Si tratta di dati rilevati da una ricerca condotta dal Politecnico di Milano promossa da Rilegno, (cooperativa per il recupero e riciclo del legno che opera attraverso 400 piattaforme di raccolta legno) e FederlegnoArredo (associazione industriale in rappresentanza delle industrie della filiera del legno).
Perché riciclare il legno è importante

L’economia circolare legata al recupero e riciclo del legno, in Italia porta 1,4 milioni di euro con la creazione di 6 mila posti di lavoro ed un notevole risparmio del consumo di Co2. A differenza degli altri Paesi europei, che usano bruciare il legno post consumo per creare energia, in Italia, grazie al sistema Rilegno, è stato possibile recuperare e riutilizzare quasi il 30% degli imballaggi e riciclarne la parte restante. Questo ha permesso di creare pannelli destinati al’’arredo, riciclando il vecchio legname, invece di utilizzare legno vergine.

Questo ha anche consentito il risparmio di quasi 1 milione di tonnellate nel consumo di Co2, pari a quasi il 2% del Co2 prodotto complessivamente in Italia. Le attività della filiera del recupero e riciclo del legno post consumo, ha dunque avuto e continua ad avere un buon impatto ambientale, oltre che ad un buon impatto sull’economia e sulla produzione di occupazione. Questi i dati della ricerca condotta dal Politecnico di Milano “Il sistema circolare della filiera legno per una nuova economia”, promossa da Rilegno e FedelegnoArredo.
L’avanguardia italiana nella filiera recupero e riciclo del legno

L’Italia è uno dei paesi all’avanguardia nel campo dell’economia circolare recupero e riciclo del legno. Il sistema recupero e riciclo legno, in poco più di 20 anni, ha creato in Italia una nuova forma di economia sostenibile, con importanti risultati in termini di rispetto ambientale, ma anche di creazione di sviluppo ed occupazione. Dati importanti, se si pensa che gli altri paesi europei bruciano il legname post utilizzo per la creazione di energia. Il riciclo del legno, ha assicurato all’industria del mobile, attraverso la fornitura del pannello truciolare, una grande quantità di materia, senza dover consumare legno vergine, spiega il presidente di Rilegno Nicola Semerato.

Le aziende italiane di Legnoarredo, hanno essenzialmente intrapreso due strade per quanto riguarda la produzione eco sostenibile. Il primo percorso è quello legato al design e progettazione. Le aziende investono sempre di più sulla progettazione di prodotti fatti con materiali eco-sostenibili, riciclati e riciclabili, con un minore impatto per l’ambiente. Il secondo percorso riguarda la produzione, attraverso l’utilizzo di energie rinnovabili per le attività di produzione stessa, e puntare allo smaltimento dei rifiuti in maniera tale da facilitarne il recupero. >In Italia, oltre il 95% del legno raccolto è riciclato, collocando la filiera italiana di recupero e riciclo legno tra le più avanzate al mondo,afferma Emanuele Orsini presidente Fla.
Necessità “interventi sulla fiscalità che incentivino le imprese al cambiamento”

I risultati raggiunti in Italia, in campo di economia circolare ed in particolare nella filiera recupero e riciclo legno sono lodevoli. Tuttavia, non è mai abbastanza, si può sempre migliorare ed investire in percorsi di cambiamento e miglioramento del settore progettazione e produzione. Bisogna pensare a prodotti differenti, sempre più eco sostenibili già nella fase di progettazione del prodotto stesso, attraverso uso di materiali particolari ed energie rinnovabili. Per arrivare ad un modello economico pienamente circolare, c’è bisogno di interventi politici e fiscali, che possano davvero incentivare le imprese al cambiamento. Emanuele Orsini: “occorrono interventi importanti sulla fiscalità che incentivino realmente le imprese al cambiamento”.

Rispetta l’ambiente ,sostituisci la plastica con: Apepak,imballaggio alla cera d’api.

La produzione di Apepak si svolge interamente in Italia e, in particolare, in provincia di Treviso ad opera della cooperativa sociale Sonda.
Trovare una o più alternative alla plastica è un’esigenza che nasce anche dalla complessità e dalle tempistiche necessarie per poterla smaltire. Ad esempio, per poter una bottiglietta di plastica sono necessari fino a 1000 anni.L’esigenza di virare verso una spesa e una vita “plastic free” è stata recepita anche dalla Commissione Europea che, negli ultimi anni, ha dedicato sempre maggiori sforzi a una riduzione della produzione e dell’uso di plastica in tutta l’Unione. Una delle prime direttive, accolta non senza polemiche, ha reso obbligatori i sacchetti biodegradabili per la frutta e la verdura in tutti i supermercati.

Un’alternativa è quella realizzata da Massimo Massarotto, nata da una sua personale attenzione al problema dell’inquinamento ambientale. “Io e mia moglie viviamo da 3 anni in California, dove esiste una sensibilità specifica ai temi dell’ecologia, e siamo sempre stati ambientalisti.

Massimo e Molly hanno dato vita al progetto Apepak, che ha visto lo sviluppo e la produzione di un involucro strutturato specificatamente per gli alimenti e perfettamente riutilizzabile e biodegradabile. “L’idea della pezza – ci spiega Massarotto – è nata da mia moglie. Lei già utilizzava un prodotto simile di fattura americana e, in maniera molto naive, ha avuto l’idea di produrne qualcuna in casa a Natale di un anno e mezzo fa da mandare alla famiglia in Italia come regalo.” L’obiettivo era, semplicemente, sensibilizzare amici e parenti a una pratica ecologica, ma il panno si è rivelato non solo gradito e utile. “Sono stati proprio loro a proporci di introdurre questo prodotto in Italia dove non esisteva. Why not? Abbiamo lavorato un anno per creare la struttura di produzione e di vendita, finché non abbiamo lanciato effettivamente il brand lo scorso luglio”.
Per poter realizzare un prodotto 100% sostenibile, sia dal punto di vista ambientale che umano, è stato necessario selezionare con attenzione i materiali e gli “ingredienti” da utilizzare :

cera d’api
resina di pino
olio di jojoba.

“Scegliere la cera d’api – spiega il fondatore di Apepak – è stato naturale. La cera d’api è un prodotto miracoloso: antisettica di per sé, non va mai a male, è già certificata per il contatto con il cibo e ha delle proprietà che si sposano con l’organicità del prodotto. Grazie al calore delle mani, infatti, si attiva, per cui quando usi Apepak per avvolgere un panino oppure un frutto, fai un risvolto e si sigilla.”

Lo scopo della resina di pino, invece, è quello di fissare la cera d’api, “naturalmente bisogna stare attenti quando si lava la pezza, sempre in acqua fredda.” Infine, c’è l’olio di jojoba che importato dalla Gran Bretagna, ma sempre da fornitori selezionati in base a criteri etici e solidali. “In generale – spiega Massarotto – siamo in costante ricerca per rendere più sostenibile la produzione. La cera d’api, infatti, non è una risorsa infinita e potrebbe portare a dei problemi in futuro, mentre l’olio di jojoba non è a km zero e ci piacerebbe trovare un’alternativa per abbattere l’impatto ambientale del trasporto. Le domande sono tante per poter mantenere la pratica il più etica possibile”.
È certificato per l’uso sicuro per gli alimenti come, ad esempio, spezie, insalata, pane, frutta, frutta secca. “Lo proponiamo in diverse misure per poter coprire un piatto con gli avanzi del pranzo, oppure per portare uno snack al lavoro o anche per conservare il pane.” È sconsigliato, invece, per la carne cruda oppure per il pesce, che rilasciano succhi che potrebbero danneggiare la pezza e renderla più difficile da lavare.

“Dal nostro punto di vista e secondo la nostra esperienza, consigliamo di utilizzare una pezza differente per ogni tipologia d’uso. Ad esempio, una solo per il pane, una solo per gli avanzi e via dicendo.” Così, ci spiega Massarotto, è possibile conservare l’Apepak il più a lungo possibile, lavandolo in acqua fredda, con un sapone naturale e una spugnetta, anche più di un anno. “Non è necessario farlo a ogni utilizzo, una volta ogni due o tre settimane è sufficiente. A fine vita, si può gettare nell’umido a seconda delle regole comunali: in meno di quattro anni sarà completamente smaltita”

La produzione di Apepak si svolge interamente in Italia e, in particolare, in provincia di Treviso ad opera della cooperativa sociale Sonda. “Riceviamo – spiega il CEO – i rotoli di cotone alti, solitamente, 1,50 m e lunghi circa 200 metri. Vengono posizionati su un tavolo, tagliati a mano grazie a delle forbici zigrinate perché il tessuto non si sfilacci. Le pezze vengono poi posizionate su un’altra postazione, dove c’è una stazione di caratura: qui, manualmente, viene applicata la cera con la resina e l’olio. Una volta asciugate, sono pronte per passare al confezionamento dentro al packaging.”
Sostenibilità sociale, in collaborazione con Sonda, Società Cooperativa Sociale Onlus

Non è un caso che nella produzione sia stata coinvolta una cooperativa che opera sul territorio coinvolgendo persone in situazione di marginalità e svantaggio come, per esempio, soggetti con problematiche di dipendenza e persone con disabilità, la maggior parte giovani che possono così inserirsi in progetti di integrazione sociale.

“Siccome il prodotto è quello che in inglese si dice “no brainer”, ovvero che appena lo capisci non hai dubbi sulla sua efficacia, il successo è quasi assicurato. Ci siamo chiesti allora perché non condividerlo con le persone che hanno più difficoltà. Ho pensato subito a Sonda, perché conoscevo Francesca Amato, vice presidente della cooperativa, e sapevo che lavoravano all’assemblamento e produzione di carta per varie aziende del territorio”. Così è nata la collaborazione per la produzione di Apepak che fosse etica in ogni passaggio della filiera: “ci interessava – aggiunge avere un prodotto che fosse giusto da tutti i punti di vista.”
L’innovazione di Apepak ha attirato l’attenzione anche di alcuni supermercati che, come ci spiega il fondatore, hanno contattato l’azienda per poter creare degli involucri per gli alimenti venduti direttamente con le pezze di cera d’api. In futuro, dunque, Apepak si potrà acquistare nei supermercati, per ora è disponibile sul sito dell’azienda e in alcuni punti vendita specifici in diverse parti d’Italia.Allora affrettiamoci a comprarlo!!!