La Regione Lazio apre nuove case rifugio per donne maltrattate.

CRESCE LA RETE DEI SERVIZI ANTIVIOLENZA DELLA REGIONE LAZIO

Come indicato nella Convenzione di Istanbul proteggere le donne vittime di violenza maschile continua a rappresentare un impegno quotidiano. Per questo la Regione Lazio garantisce – assieme ai Comuni e alle Associazioni – il pieno funzionamento e l’ampliamento della rete regionale dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio. Una rete in costante crescita per offrire appoggio e ospitalità a tutte le donne che ne hanno necessità.
In occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ha aperto i battenti una nuova Casa rifugio in provincia di Frosinone, che ha trovato sede in un bene confiscato alla criminalità organizzata. La Casa rifugio è in grado di accogliere quattro nuclei familiari, garantendo così ospitalità per le donne che fuggono da situazioni di violenza, con o senza figli minori.
Con questa nuova apertura, la rete della Regione Lazio conta oggi 26 Centri antiviolenza e 10 Case rifugio. Ma non è un punto di arrivo, nuove aperture, infatti, sono già state programmate.
Un nuovo Centro avrà sede nella Casa di Donatella Colasanti a Sezze, coinvolta con Rosaria Lopez in un barbaro episodio di violenza a San Felice Circeo nel 1975.
Mentre sei nuove Case rifugio andranno ad aprire nei territori di Roma Capitale, in provincia di Roma e in quella di Viterbo. Due di queste strutture sono già in fase di individuazione del soggetto gestore, tramite procedura di evidenza pubblica.

Nell’arco dell’anno entrante i servizi della Regione Lazio arriveranno, così, a un totale di 27 Centri antiviolenza, 16 Case rifugio e 1 Casa di semiautonomia.

Lo Stato sosterra le spese delle vittime di violenza, e pagherà le spese legali, indipendentemente dalla loro condizione economica.

È legittimo che lo Stato patrocini le spese legali nei casi di violenza, indipendentemente dalla situazione economica della vittima. Lo stabilisce una sentenza della Corte costituzionale.
La sentenza del 3 dicembre 2020 e prima pubblicazione del 2021, redatta dal presidente Giancarlo Coraggio, interviene su un quesito di legittimità sollevato dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Tivoli. Nel motivare il suo sì al patrocinio a prescindere dal reddito, la Corte costituzionale sottolinea che “la ratio della disciplina in esame è rinvenibile in una precisa scelta di indirizzo politico-criminale che ha l’obiettivo di offrire un concreto sostegno alla persona offesa, la cui vulnerabilità è accentuata dalla particolare natura dei reati di cui è vittima, e a incoraggiarla a denunciare e a partecipare attivamente al percorso di emersione della verità. Valutazione che appare del tutto ragionevole e frutto di un non arbitrario esercizio della propria discrezionalità da parte del legislatore”.
E, si legge ancora, per la Consulta “va aggiunta la considerazione che nel nostro ordinamento sono presenti altre ipotesi in cui il legislatore ha previsto l’ammissione a tale beneficio a prescindere dalla situazione di non abbienza”.
Sono moltissime le spese che devono sostenere le donne vittime di violenza e le loro famiglie, e soprattutto non si esauriscono nell’immediato.
Infatti il sistema sanitario nazionale paga le spese per le cure e gli interventi necessari in una fase iniziale, mentre le successive visite, le terapie riabilitative o gli ulteriori accertamenti vengono pagati autonomamente dalle donne. Il risarcimento di queste spese arriverà solo a posteriori, solo a determinate condizioni e con tempi spesso lunghissimi. Da qui la necessità di un fondo che possa essere utilizzato per tutti gli interventi chirurgici e le cure mediche necessarie, che sia subito operativo e risponda alle esigenze di chi deve allontanarsi urgentemente dal nucleo familiare e far fronte a spese immediate.
In Italia, i fondi pubblici destinati al Piano Nazionale Antiviolenza vengono gestiti a livello regionale, spesso con gravi ritardi nell’erogazione delle risorse finanziarie, a causa di vincoli di bilancio e complessi procedimenti amministrativi.
«Le istituzioni devono capire che servono fondi urgenti, non ingessati da tempi e criteri burocratici, la cui elargizione non sia subordinata alle pronunce processuali», sostiene l’avvocato Lipari.
«Le donne vittime di violenza avviano un percorso veramente complesso attraverso la denuncia, che non si esaurisce in quell’attimo, ma prosegue per un lungo periodo e ciò comporta la necessità concreta che queste donne siano sostenute psicologicamente, legalmente ma anche finanziariamente».
Secondo il Rapporto sulla violenza di genere del Consiglio regionale della Calabria, la Regione è la seconda a più alto indice di femminicidio in Italia in rapporto alla popolazione femminile, (0,35 donne uccise all’anno ogni 100mila donne residenti), preceduta solo dal Trentino, mentre il 26 per cento delle donne della regione hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita.

LE DONNE IN CUCINA SI RIBELLANO E DENUNCIANO GLI ABUSI

Le donne che lavorano in ristoranti di alto livello, subiscono sessismo, e molestie.
Cuoche francesi rompono il silenzio e provano a cambiare le cose.
Sono in tante a raccontare che hanno subito minacce, obblighi.
L’articolo 222-23 del codice penale francese precisa che qualunque atto di penetrazione sessuale, commesso con violenza, è punito con 15 anni di carcere.
Molte sono state anni in silenzio : «Ti dici che hai esagerato, che è frutto della tua immaginazione. Poi capisci che il tuo silenzio può aver messo in percolo altre donne.
e te ne penti»,dice Marion Gottlè cuoca.
Ribadisce : «Dobbiamo smetterla di pensare che il sessismo sia un passo obbligatorio nei ristoranti stellati». Per questo lei e delle sue colleghe, hanno deciso di denunciare abusi, subiti per anni. Anche se duro, faticoso. Il suicidio recente dello chef Taku Sekine accusato senza prove, sui social specializzati, di abusi e strupi, ha bloccato alcune vittime disposte a parlare.
« Questo suicidio mi addolora. Ma non si può dare la colpa alle donne che hanno fatto il suo nome per rompere l’omertà». Marion Goettlè figlia di ristoratori, arrivata a Parigi nel 2004 assunta in un ristorante come mi-cheffe-de parie (vicecapopartita) in uno dei ristoranti, più famosi della capitale.Ho ascoltato battutte misogene ogni giorno. Il grand chef con gli uomini usava le minacce, con le donne l’umiliazione. Ha dichiarato a diverse testate giornalistiche.
Un’altra cuoca Anissa Ayadi, ha subito palpeggiamenti ogni giorno dallo Chef, ha saputo dopo del tempo che l’uomo aveva violentato altre due sue colleghe. Il tribunale di Parigi aveva avviato un’indagine per stupro e aggressioni. Mi dicevo : « è un porco ma non passerà mai ai fatti.
Il giorno che l’ho saputo mi sono arrabbiata per non aver detto nulla ».
Ora ha aperto un gruppo imrenditoriale per donne : « Vogliamo far emergere le donne di talento che possono farcela da sole ».
Laetitia Visseanche, ora cuoca, ha subito abusi per anni.Prima dell’insorgere del Covid, è riuscita a prendere in gestione e un locale a Marsilia. Dichiara : « Non credo che si debba passare attraverso il dolore per apprezzare la felicità ». Le denunce di queste donne, e il polverone che hanno sollevato, speriamo sia di aiuto a tutte quelle ragazze, che sceglieranno di diventare chef.
La loro denuncia solleva un grido : «Fatevi rispettare donne,denunciate gli abusi !».

Dall’Internazionale di Gennaio